L’orologio antropologico

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Mercoledí con gli occhi in alto durante il funerale della nonna, mentre guardavo le legature dei libri nelle zampe degli evangelisti nell’affresco, pensavo che la cerimonia era confortante. Non per simpatia verso l’officiante (prete francescano che si é perso il nome di mamma per strada) o per fede (che con buona pace della zia Graziella in famiglia non ci sono tanti ferventi cattolici) ma per spersonalizzazione.
Perché mentre ascoltavo a mezzo orecchio la predica e i canti e tenevo gli occhi in su – che comunque aiuta a tenere a bada le lacrime traditrici – pensavo che questi riti sono cose millenarie, che miliardi di persone muoiono, che vivono e che soffrono lutti, che alla fine siamo piccoli e grandi e banali e ci ripetiamo e che c’e’ una bellezza in questo ripetersi di nascite e di parentesi in cui siamo in vita e di morti.

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E’ ben noto a tutti quelli che conosco – perché ho sfrantegato i maroni a tutti – che mi fa abbastanza impressione l’idea di avere figli; sia nel senso di essere mamma e avere marmocchi in giro 24/7, che non – diononvoglia – il parto e l’allattamento. Mi dicono a ripetizione che “vedrai che quando ti parte l’orologio biologico ne fai cinque”. Io di conseguenza ho sempre sperato che il meccanismo fosse ben bloccato.

Ma una cosa e’ vera: mi piacciono le storie, mi piacciono le storia di persone, uomini e donne, famiglie.
Ed e’ vero anche che io penso che una vita abbia senso se lascia un mondo un pochino migliore di quello che ha trovato: se educa, se cresce, se aiuta la propria generazione e le seguenti.
Forse per questo sto diventando una storica e mi sono buttata nella ricerca a volo d’angelo – per il fattore umano. C’e’ una bellissima frase dello storico Marc Bloch che recita:

Le bon historien ressemble à l’ogre de la légende. Là où il flaire la chair humaine, il sait que là est son gibier.
Il buono storico somiglia all’orco delle leggende: dove fiuta la carne umana, la’ e’ la sua preda.

Quindi voglio essere storica e voglio essere educatrice, e voglio essere parte di un tessuto umano che tende a fare piu’ bene di quanto non faccia, inevitabilmente, del male. Costruire una generazione dopo la mia, facendo o adottando bambini, e’ un modo sereno di farlo.

Il mio orologio biologico dorme.
Ma a me inizia a ticchettare con insistenza l’orologio antropologico.

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5 thoughts on “L’orologio antropologico

  1. io ancora questo orologio biologico non l ho mai sentito, e di figlie ne ho fatte due quando mi sentita relativamente pronta, nel senso che avevo chiuso i miei cerchi aperti piu’ importanti, non ne avevo ancora aperti di nuovi e ho sentito che la mia relazione col senator era solida abbastanza da tenere botta all’uragano che sono i figli per una coppia (cosa che avevo sempre sentito dire e che posso confermare tra le poche sentite dire ma reali col senno di poi. Insomma di questi tempi che possiamo stare insieme alle persone che scegliamo noi, per amore, e possiamo fare figli quando lo vogliamo, io sto con l’orologio antropologico!

  2. occhio che io mi sono ritrovata col test positivo il giorno dopo la consegna del final draft del mio dottorato e cosi’ ho discusso 4 settimane dopo abbracciata a una bottiglia da mezzo litri di acqua e biochetasi 😀

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