Culture shock revisited

Scena: piccola città piemontese, giorno prima di Pasqua. Mi servirebbe un avocado, ma sono le nove di mattina, sono in pigiama e spettinata e non ho voglia di cambiarmi. Amen, no? Metto il cappotto sopra al pigiama, lego i capelli a leccata di vacca e percorro i quindici metri tra la mia porta e il fruttivendolo. Durante il percorso causo l’ilarità di un gruppo di ragazzini di passaggio.
Ma perché? mi domando perplessa.
“Anna, non sei mica a Londra”, mi dicono in famiglia più tardi.
Ah già.
{Queste le chiamiamo le inglesate}

Scena: ceno con un amico italiano qui in Inghilterra e un amico suo (non italiano) monaco buddista. A fine cena ci salutiamo. Tutta contenta (e con un paio di bicchieri di rosso in pancia) schiocco due baci sulle guance a questo nuovo amico con cui ho chiacchierato così volentieri. Si blocca.
“Ah. Aspetta.”
“…”
“Non si fa, eh?”
“Eh, in teoria no…”
“Apologies, sono italiana…”
Mortificata.

Culture shocks: fare figure di merda in due culture diverse, con la stessa naturalezza.

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8 thoughts on “Culture shock revisited

  1. Vestirsi come si vuole è una gran bella sensazione e due baci credo non possano offendere nessuna religione…credo! 😉 Bello questo post…
    Mìgola

    1. La cosa buffa del vestirsi è che a me causa due reazioni altalenanti: certi giorni (come oggi) mi vesto da barbona, altri tutta azzimata per far vedere agli inglesi come si fa!

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