Capire l’Italia con la signora Rosy

La distanza dà prospettiva, è vero.

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Ieri ero in posta a spedire un pacco. Cose di lavoro, quindi importanti per quanto possono essere importanti le cose di lavoro per un’infante accademica (molto, per l’infante accademica).
Affido il mio pacco-mummia, avvolto nel nastro, alla signora Rosy dell’ufficio postale.
Uhhh, mi dice la signora Rosy. Sono due chili e ottanta grammi. Ecco, facciamo così: trasferisci tutto qui dentro, così lo alleggeriamo e paghi meno. Scrivimi l’indirizzo, poi torna da me. Poi iniziare a servire il cliente dopo, tra gli aggiornamenti di vita.
Ma non è finita. Torno allo sportello, ma qualcosa sembra non funzionare. Non funziona il terminale, sospira la signora Rosy. Facciamo così: lasciami il pacco, lo paghi, ti scrivo qui il numero per tracciare la spedizione. Anzi, lasciami il tuo numero di cellulare: se devo cambiare numero di spedizione ti mando un sms.

L’Italia per me è un po’ come i miei venti minuti di normale problematica amministrazione in posta: lentezza, frustrazione, malfunzionamenti, un istinto a venirsi incontro che fa fare stretching alle regole, gli affari propri e altrui in pubblico, un senso di casa, riconoscimento, una gentilezza appresa in un sistema che funziona male, come soluzione per vivere meglio.

Sono atterrata a Londra meno di un’ora fa, di nuovo.

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2 thoughts on “Capire l’Italia con la signora Rosy

  1. eh vedi ache io una volta vedevo la poesia di tutto questo. poi ho iniziato a spingere un passeggno, non dormire mai piu le mie classiche otto ore di fila, poi passeggino e marsupio e ora quando finisco in posta divento micheal douglas in falling down in minuti 2

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