Villaggio globale. E camelie

Contesto. Due dei miei più cari amici, ambedue nuove conoscenze del 2014 londinese, sono americani. Con loro parlo inglese, sempre. Ma essendo un’overthinker di professione, hanno sentito un milione di volte frasi come
– I feel like I’m not making any progress. Why is my English so bad?
– Are you sure you aren’t dumbing things down for me?
– Your language is weird and I will never master proper pronounciation (whine whine whine)
Che vengono accolte con grande amore, sospiri e la costante risposta “Anna, your English is FINE.”

Uno dei miei obiettivi per i sei mesi nel Labirinto era di trovare non-italiani per combattere la nostalgia e il declino inevitabile del mio inglese.
Immaginate la mia gioia nell’aver trovato una combriccola di francesi, greci, ciprioti e turchi, e ogni tanto inglesi, per rendere meno lente le lunghe giornate in archivio. Qualche italiano anche, ma soprattutto tanti stranieri, dottorandi pure loro, quasi tutti con un livello di italiano molto alto.
Ragion per cui, anche se tutti mastichiamo un po’ di inglese, greco o francese, di solito la comunicazione avviene in italiano come lingua standard.
Quindi mi sono trovata dall’altra parte della barricata. Quella che parla la propria lingua madre in un gruppo misto. Ma non mi sono fidata, finché non mi sono resa conto che sì, cerco di non parlare troppo velocemente, e no, non uso frasi gergali, ma in effetti per il resto manco ragiono sul fatto che la mia combriccola dell’archivio è per lo più composta da non native speakers. Bisbiglio, uso metafore, non sempre parlo in italiano standard. E se non capiscono, riformulo. Senza pensarci.

Che davvero quindi i miei due americani preferiti non mi abbiano mentito?
(Sorry. I sort of thought you did.) Cionondimeno, l’esperienza è esilarante.

E meno male, perché le giornate di ricerca tra documentazione cinquecentesca sono davvero lunghe, e lente. Per questo, come dice T., “melio bere mooolta acqua la mattina, e poi mettere tutto nella gobba. Come le camelie”.

 

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12 thoughts on “Villaggio globale. E camelie

  1. Poi a volte pure fra madrelingua non ci si capisce, quindi … io ormai credo di capire più espressioni colloquiali in spagnolo o in inglese che in italiano, perché in Italia ci torno poco e non vedo mai TV o programmi italiani. Quindi decisamente i tuoi amici non mentivano … ma nonostante tutto non si finisce mai di imparare. Ed è bellissimo! Io faccio i salti di gioia quando imparo una nuova parola o espressione in qualsiasi lingua!

  2. In questo periodo anche io ho la sensazione che il mio inglese non progredisca affatto. E mi vengono anche i nervi quando mi dicono che lo parlo bene. Mio marito i miei errori non li corregge MAI. E vivo in Australia, e non so cosa darei per potermi confondere con i locali, con la loro parlata dalle vocali larghe….
    In compenso ogni tanto mi perdo pezzi di Italiano, mi ricordo il termine solo in inglese… a te succede?

  3. io parlo sicuramente peggio inglese ora di sei anni fa: lessico a pacchi, ma non e’ rimasto nulla del mio fine accento british che lasciava di stucco i medesimi, quando gli dicevo, no sono italiana. Nel mezzo ho migliorato mostruosamente la mia pronuncia francese, ho insegnato l’italiano alle mie figlie, ho imparato a capire, parlare e scrivere un po’ di polacco che #haidettoniente e ho fatto orecchio a spagnolo e catalano. Poi sono arrivata in USA e mi sono resa conto che io non capisco molti di loro, ma nemmeno loro si capiscono tra di se.Percio’ mi assolvo, finche’ nessuno mi scambia per una italoamericana del newjersey, va tutto bene 😀

  4. Ecco, io sono nella fase di transizione in cui comincio a parlare un inglese decente, e di conseguenza perdo pezzi di italiano. Che cosa meravigliosa e strana il cervello umano :/ 😀

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