L’Annahof

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Ad Augusta, uno dei posti preferiti dai turisti è l’Annahof, ovvero una corte-con-chiesa-evangelica del Cinquecento. Oltre a essere molto bellina, ha anche un nome buffo, che probabilmente è buffo solo per me. Da quando l’ho visitata ho deciso che per me si chiama Annahof (corte, cortile di Anna) anche la mia casina monacense, che è grande, grandissima dato che ha tre camere da letto e ci vivo da sola: uno dei coinquilini è disperso per matrimoni e vacanze all’estero, l’altra sta poco bene ed è stata ricoverata un mesetto fa (e io faccio il tifo per lei e continuo a spedirle cose all’ospedale dall’altra parte della Germania).

L’Annahof è spazioso, sta in una via che so pronunciare male, con la stanza che si affaccia su un cortile interno che ha di fronte un grande castagno che sta arrossendo piano piano. Ho dei vicini caciaroni, che la domenica grigliano di tutto e dei bambinetti casinisti.
Ha un pavimento strano, di sughero, impulibile, strumenti musicali e cavi dappertutto (i coinquilini sono tutti nel mondo dello spettacolo), uno strano arredamento.

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Ah, e io questa cosa dei tedeschi non la capirò mai, un piumino più corto e stretto del letto, che usano pure con 35 gradi (e qui, accidenti a loro, li fa), dei cuscini giganteschi e troppo soffici che si sprofonda.

Io intanto sono qui da più di un mese, coi miei ritmi frenetici, le scadenze, e finalmente le mie routine.

Come al solito ho cominciato a orientarmi andando a correre nel quartiere: a nord c’è un enorme parco con punto panoramico, più a est un cimitero storico dove corrono così tante persone che c’è un senso di marcia auto-imposto.

Io mi sono ritrovata qualche giorno fa a chiedermi se qui ci vivo. Prima di luglio, se ci pensavo, la formula era ‘passrò un po’ di tempo a Monaco’, mai ‘mi trasferisco’. Alla fine, poco meno di due mesi sono pochi, oder?
Però mi sono trovata sempre più spesso a pensare che all’Annahof ci vivo.
Ho una parte di lavoro importante qui. Ci rimango abbastanza da crearmi delle abitudini, sapere qual è il mio supermercato preferito. Mi sto affinando l’orecchio al tedesco, lo parlo meglio, ci sono persone che mi salutano tutti i giorni. Ci sono pattern, in me e negli altri. Ho fatto abbonamenti ai mezzi pubblici, pago un affitto, non sto né in albergo né in airbnb. Parto e torno da questo aeroporto. Continuo a chiedermi, ci vivo, qui? Mi piace rispondermi di sì. Non mi dispiace questa Germania, anche se la trovo un po’ noiosa a tratti, sonnacchiosa nell’estate calda, e lavoro lavoro nel freddo della biblioteca, nel caldo dell’Annahof. Guardo le foglie del castagno diventare sempre più rosse. Intanto mi dico che vorrei tornarci l’anno prossimo, per mettere insieme ancora qualche mese e (finire bene questo lavoro, e non sentirmi in colpa per la mia sensazione che) mi sento che un pochino, qui, ci vivo.

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7 thoughts on “L’Annahof

  1. Forse, adesso che in pochi minuti riesci a mettere la tua vita in un bagaglio, ambientarti in una nuova città ti viene semplice e capita prima di quanto ti aspetti 🙂
    Un bacione alla mia gira-Europa… e non solo!

    (Ma il gattone in vetrina è vero??)

    1. Come al solito hai tirato fuori l’interpretazione più sensata… 😀

      Il micione è verissimo, stava pisolando nella vetrina di una avanderia/sartoria e l’ho beccato a metà sbadiglio!

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