Qualche considerazione sul Brain Drain

Una cosa buona del blog, che non mi sarei mai aspettata inizialmente, è quella di avermi fatto conoscere persone diversissime, e soprattutto molti italiani che si sono trasferiti all’estero per vari motivi: lavoro, amore, ricerca, avventura e tante altre belle cose (insoddisfazione, fuga, crisi e altre brutte cose, pure).
Chi sente che io all’estero ci sono andata per ricerca, di solito, mi propone il pattern ah, la crisi → ah, le nostre menti brillanti che se ne vanno → ah, gli investimenti buttati nel cesso → ah, beata te.
Qualcuno varia sul tema, e butta lì che siamo tutti dei gran vigliacchi (e non mi riferisco tanto al post di Salvini, che pare sia una bufala, ma a tante esperienze personali).

Sapete che non affronto spesso argomenti seri, qui sul blog, che preferisco buttarla in caciara e fare ironia su tutto (che poi è un po’ lo sport di famiglia), che di attualità e politica preferisco parlare di persona.
Però qui siamo all’incrocio di alcuni temi che mi stanno molto a cuore: la scolarizzazione; l’e-/immigrazione; l’espatrio; la trasmissione della cultura. (Non a caso fanno tutti in qualche modo anche parte dei miei temi di ricerca).

Ogni studente costa allo Stato Italiano circa 100.000 – 130.000 euro. Circa. Dalle scuole dell’obbligo all’università. Ne vale la pena, verrebbe da dire, per avere un individuo formato, che il mercato del lavoro sia subito in grado di assorbire e quindi di mettere in condizione di ripagare il proprio “debito” essendo produttivo. Idealmente.

Peccato che il lavoro in Italia non si trovi, o si trovi poco e male. Al momento abbiamo una disoccupazione giovanile tra il 20 e il 40% (a seconda di chi state a sentire). E’ un problema sociale, culturale, economico, politico. In parte dipende dal fatto che in quei 100.000 euro non ci sia stata una vera e propria introduzione al mondo del lavoro (o che non sia stata incoraggiata: ho sentito dire fino alla nausea, quando ero studentessa, che il mio lavoro era studiare. Se fossi rimasta in Italia, non penso che le aziende l’avrebbero pensata allo stesso modo). In parte dipende dal fatto che le aziende attività formativa non ne vogliono fare.

Tanti, quindi, dopo la laurea, o dopo qualche tentativo, o dopo un licenziamento, hanno deciso di fare un tentativo di lavoro all’estero.
Interno giorno, luce elettrica: pianti madre, toni drammatici, prospettive catastrofiche, invii di casse di beni di prima necessità a Parigi, New York e Londra. Le nostre menti più brillanti obbligate ad andarsene. In fuga dal mondo accademico dei baroni italiani. Quanta amarezza. Titoli sulla falsariga di “disoccupato a ________, la Nasa lo assume”. Cervelli in fuga.
E ok.
Io manco ci ho provato, in Italia. Lo so benissimo che sarei disoccupata, in Nord Italia. Ma manco ci ho provato. Io volevo sfidare me stessa, e non sono in fuga proprio da nulla.

“E allora sei pure vigliacca”.
(E me lo sono sentita ripetere: solo un vigliacco abbandonerebbe la nave, invece di cercare di risolvere il problema, no?)

Quello che sfugge a questa gente è che da sempre le menti curiose che ne hanno la possibilità vanno a fare esperienze all’estero. Ehi, studiare storia culturale serve anche a sapere queste cose!
Nel tempo, alcuni se ne sono andati dal posto dove erano nati per tenersi la testa attaccata al corpo e tutti gli altri arti pure (Bizantini dalla Grecia, Gesuiti dall’Olanda, Ebrei dalla Germania, giusto per fare qualche esempio dagli ultimi 500 anni).
Altri se ne sono andati altrove perché altrove si possono imparare cose diverse rispetto a qui. E questo ha un valore intrinseco.

Io lo dico chiaramente: il sistema scolastico italiano è eccellente. Continua a sfornare teste finissime. Ma nessun sistema di formazione è autosufficiente.
Quindi, fate un semestre in Norvegia.
Studiate l’inglese, ma studiate anche il turco, il francese, il danese.
Incontrate persone.
Fate uno stage in Belgio.
Se volete fare ricerca, per l’amor-del-cielo specialmente, fate almeno un’esperienza all’estero.

Poi decidete dove stabilirvi. Per un anno o per il resto delle vostre esistenze, if you are so inclined.

Il problema non è chi lascia l’Italia. ll problema non è il Brain Drain.

Il problema è chi ci entra, o meglio chi non ci entra.

Non ci entrano abbastanza ricercatori stranieri. Nella mia infornata di PhD alla mia università, il 60% è straniero. In Italia, forse il 2%, così, malcontati.
Erasmus in Italia? Pochi. Professori stranieri con contratti in Italia? Pochi. E in mezzo, pochi anche di tutto il resto.
L’Italia, semplicemente, non è un Paese attraente per fare ricerca. Pochissimi fondi, tanta amministrazione e burocrazia, poca competenza nelle lingue straniere da parte di tanti. Nel mio semestre italiano ho conosciuto tantissimi stranieri, perché la storia italiana è un argomento piuttosto hot al momento: molti avrebbero riso all’idea di fare un dottorato lì, anche quelli che parlavano benissimo la lingua.

Se avessimo uno scambio vivace (tanti stranieri che entrano nel nostro mondo accademico, tanti italiani che escono), non avremmo un problema. Ma considerato che ad altri non verrebbe mai in mente di venire a cercare una posizione più o meno fissa in Italia, perché dovrebbe venire a noialtri? Quindi, ecco il Drain.

Termino con una nota positiva e una speranza un po’ caparbia.
La nota positiva è che qualche giorno fa sono stati nominati i nuovi superdirettori dei grandi musei italiani. Su 20, 7 sono stranieri. Naturalmente non sono mancate le polemiche (potevano non indignarci?): ah, e in tutta Italia non sapevano trovare 20 persone adatte? Pure questi lavori vengono a rubarci? Ma valgono quello che valgono, sono fatte da persone che probabilmente neanche sanno che fare un bando del genere, nell’Unione Europea, e chiudere l’accesso a cittadini di altri Paesi UE, è contro la normativa.
Per me è stato un grandissimo messaggio positivo.
Quelle nomine sono la mia speranza caparbia che anche se probabilmente non dirigerò mai Palazzo Ducale a Mantova, un giorno ci sarà un posticino buono, e soddisfacente, anche per me in Italia.
Anche se ora, ladra e vigliacca che sono, me ne sto all’estero, dove pago le tasse in tre Paesi diversi che hanno tutti investito su di me, al contrario di quello che farebbe il mio Paese d’origine, anche dopo aver speso 100.000 euro per darmi gli strumenti per fare quello che faccio.

11935109_10207923808921912_5368589867202640487_n

(E un’altra foto da Amsterdam, via)

Advertisements

19 thoughts on “Qualche considerazione sul Brain Drain

  1. Mi piace molto quello che scrivi. Sono anche io stufa dei commenti di certi “italiani medi” che sfoggiano ignoranza e chiusura mentale. Dovremmo tutti avere la possibilità di esplorare il mondo, imparare altre lingue e conoscere nuove culture, invece per molti andare all’estero è solo o fuga o vigliaccheria. Rimango male quando leggo certi commenti, ma poi penso che per fortuna ci sono anche italiani svegli e intelligenti come te, e continuo a scrivere. 🙂

    1. Grazie! 🙂 ero un po’ esitante a mettere nero su bianco queste riflessioni, e spero che si capisca che vuole essere più un incoraggiamento che un’accusa…

  2. Come to condivido… Neanche io sono fuggita da niente, semplicemente non avevo possibilità in Italia e con la scusa del fidanzato all’estero ho colto la palla al balzo per vedere cosa l’Australia poteva offrirmi… E mi ha offerto possibilità che in Italia mi sarei solo sognata… E questo è quello che rispondo quando mi chiedono perché non torno in Italia…

  3. Io continuo a non capire perché debba esserci questo attaccamento alla patria, questa idea di una responsabilità nei confronti del paese in cui siamo nati. Siamo venuti al mondo lì per puro caso, avrebbe potuto essere altrove. Il fatto che attraversare i confini sia sempre più facile per me è stupendo, è un’opportunità di arricchimento senza paragoni. Non so dire a parole quanto sia cresciuta e quanto abbia imparato (ovviamente non solo a livello di nozioni, ma soprattutto su di me e sulle mie capacità) da quando ho lasciato Bologna per il Giappone prima e per Londra poi.
    Il grosso peccato è che l’Italia non sia pronta a riaccogliere chi come noi va all’estero e potrebbe tornare con un bagaglio di esperienze infinitamente utile al paese.
    Però continua a essere difficile spiegare che non odio l’Italia, che non sono in fuga perché obbligata dalle circostanze, che non sono una traditrice, ma che sto semplicemente esplorando le possibilità che mi offre il mondo e che ancora non ho trovato il posto che vorrò definitivamente chiamare “casa” – e ho anche dei dubbi sul fatto che ci sarà mai un posto “definitivo”.

    1. D’accordissimo! Io credo che questa idea di attaccamento alla patria venga molto dall’educazione che uno riceve… a casa mia per esempio di patria non si parla proprio. Io mi sento cittadina del mondo, sono abbastanza legata all’Europa per ragioni lavorative ma non escludo di lasciarla a un certo punto!

    2. Più che un senso di “appartenenza” sarebbe lecito aspettarsi un senso di “gratitudine” per quei 100.000/130.000 € investiti di cui parla Annika.
      Sarebbe.
      Ma il problema sta proprio nel fatto che qui non fanno la possibilità di “sdebitarsi”, se non con situazioni al limite del servilismo, ma soprattutto, non riescono a capire che andare altrove, portare le proprie competenze e riceverne di nuove È un modo per ripagare quanto ricevuto in precedenza.
      Probabilmente il migliore che si ha a disposizione.
      Solo con lo scambio c’è evoluzione e crescita, altrimenti si cade nella stasi e nell’inviluzione.
      Che poi è quanto sta accadendo da diversi anni nel “Bel Paese”.
      E questo anche e soprattutto perché questo paese, intrappolato nelle sue perverse logiche clientelari e conservatrici (inteso nel senso peggiore, cioè ostacolo tutto e tutti per mantenere io quello che ho, così com’è) da molti motivi per andare, pochi per restare e nessuno per tornare.

      1. Io temo che l’idea di “gratitudine” sia proprio aliena a molti italiani in questo momento storico – in parte per amarezza e delusione e in parte per il clima politico ed emotivo incoraggiato dalla stampa. Se/Quando tornerò in Italia, una delle cose che spero di portarmi dietro è esattamente un atteggiamento positivo e propositivo!

      2. Annika, giusto per precisare e non essere frainteso, con “gratitudine” intendevo dire che sarebbe giusto aspettarsi questa cosa, proprio per quello che facevi notare tu quando accennavi al “costo” di uno studente per lo stato.
        Ma questa non era una critica, visto che questo dovrebbe essere quanto accade in un “mondo corretto” (non dico perfetto perché sarebbe troppo…).
        Ma così non è, e chi studia passa da “investimento” per il futuro del paese (e proprio), a mero costo.
        E questa situazione è ben presente ad ogni livello e non lascia possibilità alcuna.
        Fino a che non ci sarà un cambiamento sulla visione di ciò che significa “crescita e sviluppo” e resteremo (come paese) ancorati al “noi”, “qui” e, la cosa peggiore, “adesso, che poi tanto io non ci sarò”, allora non andremo da nessuna parte.
        Nonostante la buona volontà di tutti, chi resta e chi va.

  4. belissimo post, che condivido appieno. Più volte ho espresso anche sul mio blog considerazioni simili. Eppure mi chiedo: se siamo in tanti a pensarla così, perchè in Italia ancora non si riesce a combinare nulla?

    1. Perché se resti qui devi comunque scontrasti con questo paese che non è fatto solo di persone volenterose e brave.
      Questo paese ti prende e ti distrugge dentro, prende i tuoi sogni e li butta.
      Si va avanti, sempre e comunque, ma non per tutti è facile.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s