Lettonia

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Due anni fa, visitando la Lituania per la prima volta, non avevo idea che i Baltici sarebbero diventati la regione che mi avrebbe richiamata indietro, a elastico, più e più volte. Se dovessi dire perché, non lo saprei. Amo Lituania, Lettonia ed Estonia in modi diversi come estremamente diversi tra di loro sono i Paesi, per storia politica e culturale, lingua, e identità. La Lituania è l’erede del Principato di Lituania e Polonia (una delle grandissime potenze europee nel Cinquecento). La Lettonia corrispondeva grosso modo al Ducato di Curlandia e Semigallia, sottoposto al Principato, ma in cui di fatto l’autorità di tutti i giorni era quella dell’aristocrazia tedesca, che aveva la sua capitale non a Riga, ma a Jelgava. Il Ducato di Curlonia era piccolo ma piuttosto potente, e nella prima età moderna aveva colonie sia nelle Americhe che in Africa. L’Estonia ha passato molto tempo sotto controllo svedese (che rimane un periodo storico estremamente positivo nella memoria nazionale) e polacco. L’estone e’ anche l’unica lingua finnica della zona (con l’eccezione della minoranza livone in Lettonia), mentre lituano e lettone (e il letgallo, parlato nelle zone piú orientali della Lettonia) sono lingue baltiche – tra le più “antiche” (o meglio, conservative) in Europa, ma molto diverse tra loro. E a girare fuori dalle capitali, si diventa consapevoli in fretta della diversità di questi piccoli Paesi, centro focale delle crociate del Nord nel Medioevo, luogo di un Rinascimento di cui noi studiamo pochissimo, occupati da imperi e Reich, e ancora oggi con una consapevolezza locale fortissima.

I Paesi Baltici sono anche famosi per la Rivoluzione Cantata, che nel corso di 4 anni ha guidato il processo di liberazione culminato nel 1991. Poche immagini mi emozionano tanto quanto quelle dei due milioni di persone che hanno formato una catena umana nell’agosto 1989 da Vilnius a Riga a Tallinn in protesta non violenta.

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Dopo l’occupazione sovietica, gran parte dell’identità baltica si è sviluppata in chiave anti-russa. Tutti i miei amici lituani insistono che il loro Paese “guarda a nord”; nei rapporti UE – Russia, i Paesi Baltici spesso rappresentano, in maniera simbolica o anche molto pratica, il punto nodale delle tensioni.

Però la Lettonia, l’unico Paese in cui non avevo ancora messo piede, è composta per un quarto da popolazione di etnia russa. È anche il Paese che, anche dopo esserci stata e averne letto senza sosta per due mesi, sento di non aver neanche iniziato a decifrare.

Chiariamoci, non è un problema solo mio: il più noto romanzo lettone, Flesh-coloured Dominoes di Zigmunds Skujiņš (che in italiano è uscito per Iperborea), ha come tema esattamente questo – cosa significhi essere Lettoni negli ultimi 4 secoli della storia del Paese. (Lo fa in chiave realismo magico: se pensavate che questo genere fosse un’esclusiva della letterature latino americana e di Murakami Haruki, regalatevi questo libro sorprendente).

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Tutte e tre repubbliche baltiche sono state occupate dall’Unione Sovietica. Ma la Lettonia era più vulnerabile per varie ragioni: primo, aveva già un suo dittatore locale, Kārlis Ulmanis; secondo, era funzionale all’Unione Sovietica per i porti (come Liepaja) sul Mar Baltico che non ghiacciano; terzo, poteva fare da cuneo tra Lituania ed Estonia: indebolire qualunque afflato di libertà in Lettonia significava ridurre il rischio di una rivoluzione come quella che poi ha avuto luogo nel 1987-1991.
L’Unione Sovietica prima e la Russia poi hanno potuto sfruttare il primo fattore a loro vantaggio. Ad oggi la Russia insiste che non si sia trattato di un’occupazione ma di un’annessione pacifica. In effetti nel 1940 Ulmanis ha ceduto le redini del Paese senza troppe rimostranze, ma chiamarla annessione pacifica significa ignorare il colossale disequilibrio di forze tra l’Unione Sovietica e la piccola Lettonia in un momento storico in cui c’era poco da contare in un intervento dell’Europa occidentale.

Le questioni della lingua in Lettonia nasce proprio da qui: in Lettonia, il % della popolazione è cittadino lettone; il 79% circa parla lettone, mentre l’80% (ma ho visto stime anche del 98%) parla russo. In tutto il territorio, ma anche e soprattutto a Riga, rimangono le famiglie e i discendenti dei militari installati dall’URSS o delle famiglie inviate per velocizzare la sovietizzazione della Lettonia, molti dei quali si sentono assolutamente russi e non sono interessati a imparare il lettone, specialmente in un Paese in cui tutto (andare a scuola, lavorare, intrattenimento, commercio) si può fare in russo. Tutto: tranne diventare cittadini lettoni. Il lettone è l’unica lingua ufficiale del Paese. Dall’altra parte, l’inflessibilità della Lettonia è diventata ovvia quando, subito dopo l’indipendenza, ha limitato il diritto alla cittadinanza a chi avesse avuto un parente nel Paese prima del 1940. (L’Unione Europea ha imposto poi di cambiare la legge).
Quanto gli abitanti etnicamente russi siano contrari all’idea di imparare il lettone è chiarissimo se si considera che nel 2004, una legge che imponeva l’uso del lettone nella maggior parte delle materie scolastiche e’ stata la causa di proteste per due anni. La questione all’epoca è stata risolta con un compromesso, ma nel 2019 una nuova legge ha voluto una transizione graduale al lettone per le scuole di tutti i gradi e le università. Molti vorrebbero il riconoscimento legale del bilinguismo lettone, sul modello finlandese o belga: ma è chiaro che la situazione è molto lontana da quella finlandese o belga. In Finlandia a scuola tutti i bambini di madrelingua svedese imparano anche il finlandese (tranne alcuni di etnia Sami); il Belgio (che e’ trilingue) ha una situazione sociale molto diversa. In nessuno dei due casi il bilinguismo è il frutto di un’occupazione sentita ancora come una ferita aperta.

Uno dei punti fondamentali è come questa frammentazione si è venuta a creare, e la narrativa che la Russia ancora spinge sui rapporti tra i due Paesi negli ultimi 80 anni. A novembre 2019, la Lettonia ha celebrato il suo “101esimo compleanno”; ma secondo la Russia, un Paese chiamato Lettonia non è esistito prima del 1991, a meno che non si parli della Repubblica Sovietica Lettone. La Russia insiste anche che gli abitanti etnicamente russi sono discriminati, in Lettonia; ci sono vari studi che lo escludono (ad oggi). Ma media russi e lettoni (sia russofoni che in lingua lettone) continuano a cavalcare l’onda e diffondono il malcontento.
Le due storie che si raccontano in Lettonia sono incompatibili: da un lato, la Lettonia non è ancora guarita dalle ferite lasciate da mezzo secolo di occupazione sovietica, con la russificazione forzata del Baltico e le deportazioni in Siberia, che hanno ulteriormente frammentato la popolazione lettone: le vittime della diaspora e i loro discendenti si identificano spesso come i “veri Lettoni”, che non sono stati contaminati e non sono scesi a compromessi con l’URSS; il governo lettone ha anche meditato di chiedere alla Russia i danni economici (come ha tentato di fare, con poco successo, l’Estonia); vari rappresentanti del governo russo hanno risposto che semmai, la Lettonia dovrebbe compensare la Russia per le infrastrutture di cui l’ha dotata l’URSS. La Lettonia aveva effettivamente, fino a inizio Novecento, un’economia agricola prosperosa, e fino alla Seconda Guerra Mondiale industrie floride (soprattutto la produzione di apparecchi radio) e un’editoria ricchissima in proporzione al numero di abitanti. Nel 1991 di tutto questo era rimasto ben poco.

D’altronde, gli abitanti russi hanno il pieno supporto della Russia nel dire di aver “salvato” la Lettonia dall’occupazione nazista: il patto di Molotov–Ribbentrop originariamente consegnò i Baltici – inizialmente solo Estonia e Lettonia, poi anche Lituania – all’URSS nel 1939, poi l’invasione tedesca portò la zona sotto il controllo della Germania nazista dal 1941 al 1944, quando riprese l’occupazione sovietica. Questi passaggi di consegne equivalsero a deportazioni e uccisioni di massa operati da entrambi i regimi, una ferita ancora aperta in Lettonia e Estonia in particolare.
La ferita è suppurata: il trauma dell’occupazione sovietica e della sovietizzazione forzata sono ancora molto vivi soprattutto in Lettonia ed Estonia, e sono terreno fertile per le destre locali. Vari studi confermano che parte dell’opposizione locale alle politiche UE di redistribuzione dell’immigrazione è dovuta al fatto che sono percepite come un ostacolo a quello che è considerato un processo di decolonizzazione dall’URSS. Negli anni Quaranta era molto viva la percezione che i nazisti avessero “liberato” la Lettonia dall’occupazione sovietica, e ad oggi ci sono ogni anno marce che commemorano l’evento, dove i membri dei corpi volontari SS del tempo sfilano in nome della liberazione del loro Paese. Potete immaginare come le destre estreme ci vadano a nozze – e come i media russi puntino felicemente il dito. Le vittime dell’Olocausto in Lettonia furono circa 100,000, per mano sia dei nazisti tedeschi che dei collaboratori locale. I sopravvissuti tra le popolazioni ebree e rom furono pochissimi. Nonostante qualche processo nei 30 anni successivi, ad oggi il passato sanguinoso della Lettonia rimane irrisolto. I media russi continuano deliberatamente a seminare discordia. Le speranze che la Lettonia coltivava nel 1991, di poter essere un ponte tra Europa e Russia, sono state pesantemente compromesse dagli scandali finanziari degli ultimi anni.

Riga stessa è una città divisa. Al centro storico e alla zona della stazione, che sono iper-commercializzati, si contrappone il Maskavas Forštate, il quartiere russo di Riga così noto perché dal centro di Riga la strada conduceva a Mosca. Il quartiere è ancora composto delle case di legno tradizionali baltiche che sono sparite dai centri città pettinati di Vilnius, Riga e Tallinn, ma sono spariti gli edifici di culto ebraici. Il Maskavas Forštate fu anche il ghetto della città.

Ci si respira un’aria completamente diversa dal centro storico. Anziché le vetrine illuminate e i pub da 25 shot a 50 euro co trovate il Latgales (o Latgalites) Market, di quelli belli autentici dove non fanno la corte ai turisti (e perché farlo d’altronde? Commerciano prevalentemente in usato per i locali – telecomandi, pneumatici, ruote di biciclette; fare foto è vietato). Ci trovate anche una chiesa ortodossa bella da togliere il fiato, ma se doveste avere la disgrazia di essere donne ricordatevi di indossare la gonna, che Dio vi guarda e non gli piacciono i jeans.

Cosa visitare in Lettonia a ovest di Riga:

In un Paese in cui l’85% dei turisti dorme solo nella capitale, io vi consiglio di passare qualche giorno in una delle tantissime città storiche della Lettonia.

Jūrmala

A Jurmala ho passato solo qualche ora – è stata una sosta imprevista (dopo che è scoppiato uno pneumatico al bus interurbano su cui viaggiavo). Stesa lunga lunga sulla costa a circa 40 minuti dalla capitale, Jurmala in epoca sovietica era la località balneare preferita dai politici di alto profilo. Oggi ci trovate, oltre alle spiagge, bellissime case in legno tradizionali dei Baltici, stazioni del treno che sono gioielli di cemento, e un’aria malinconica che le sta a pennello.

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Kuldīga

Kuldiga era la mia meta fissa fin dall’inizio. Kuldiga, una delle antiche capitali della Curlandia, ha fascino da vendere, un’identità forte e un’architettura storica ben preservata. Kuldiga è quirky: il fiume Alekšupīte passa stretto tra le case e riemerge in scorci bellissimi, prima di buttarsi in una cascata, la più larga (non alta: è una cascata nana) d’Europa, in cui qualche secolo fa si acchiappavano i pesci con cestini strategici quando saltavano per superare la corrente.

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Dalla cima del campanile si abbraccia tutta la città, e i punti salienti si visitano in una giornata. Ma molto del fascino di Kuldiga si gode passeggiando per le stradine, tra i muri scrostati, le chiese con i custodi novantenni che ti parlano in lettone velocissimo senza fare una piega, i negozi di artigianato e i gatti che si vanno a nascondere nei vicoli.

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Liepāja

A Liepaja, dicono i Lettoni, è stato inventato il vento. La più occidentale delle “grandi” cittá lettoni siede sulla riva del Mar Baltico, completamente esposta agli elementi, eccetto per quelle pinete che sorgono dalla sabbia e che amo tanto.

Ci sono arrivata una domenica mattina alle 9 che era ancora cupa, silenziosa, vuota. Luogo di uno dei più efferati eccidi della Seconda Guerra Mondiale, poi base navale sovietica e deposito nucleare, “città chiusa”, oggi Liepaja é tornata a essere un centro balneare (come già era due secoli fa) ma non si é scrollata di dosso del tutto il suo passato cupo, e diversi dei progetti di riqualificazione della cittá sono caduti nel nulla. Io l’ho amata, nel vento a 40 e passa mph, che alla fine ha seminato le nuvole e mi ha dato le uniche due ore di luce che ho visto in Lettonia.

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